Nel giorno di ogni paura ( Da AVVENIRE)
 Il giorno del silenzio, della discesa, del vuoto. «Vuoto pneumatico nel senso più autentico del termine – sottolinea Susanna Tamaro –, perché oggi, Sabato Santo, anche lo Spirito tace, ed è proprio questo a spaventarci. In chiesa non ci sono funzioni, è come se ognuno di noi restasse solo con il suo spavento. Nessuna certezza, forse nessuna speranza. Quello che doveva accadere è accaduto, non resta che attendere, in una dimensione che sta al di là della logica. Siamo in piena notte, non possiamo fare altro che pazientare fino al momento in cui, da tanta tenebra, emergerà un filo di chiarore».

È una condizione che l’autrice di Va’ dove ti porta il cuore ha descritto spesso nei suoi libri, «anche se – aggiunge – il mio romanzo che in modo più radicale accetta la sfida del Sabato Santo è forse Anima Mundi>. Lì c’è il buio dell’anima, un vuoto che può essere colmato soltanto dalla conversione».
Come vivrà questa giornata?
«Ho la fortuna di abitare in campagna, a contatto con la natura, che per me rappresenta una fonte inesauribile di riflessione. Anche oggi proverò a confrontarmi con la Creazione, cercando di cogliere l’attimo in cui tutto trattiene il fiato e il tempo rimane sospeso. Il Sabato Santo ci riporta a qualcosa che precede ogni elaborazione culturale, è un avvenimento che si compie nelle fibre più nascoste della natura. Per questo è così solenne».
Solenne perché oggi l’uomo si confronta con la morte di Dio?
«Sì, ma di un Dio che, morendo, libera l’uomo dalla morte. La nostra paura più grande cambia volto, la fine si rivela per quello che è: nient’altro che un passaggio verso una dimensione di pienezza. La fede sta tutta in questa percezione profonda, che si traduce in una rinnovata capacità di guardare alla realtà. Si crede perché si vede il mondo in modo diverso, non perché si è finalmente arrivati a comprenderlo. Restiamo quello che siamo, e cioè creature finite. Ma sappiamo di essere stati salvati, e questo cambia tutto».
Secondo la tradizione, il Sabato Santo è il giorno della discesa di Gesù agli inferi.
«Certo, è lì che la morte sconfigge la morte, la liberazione si compie mediante questo sprofondare nell’abisso. Personalmente, lo considero un invito a riscoprire la profondità e la complessità della fede. C’è ancora troppo infantilismo nel nostro atteggiamento di credenti, quando si pensa alla Passione si è tentati di ridurla a una sorta di “tana libera tutti” su scala cosmica, mentre invece sono in causa nozioni grandiose e sottili, come quella di un Dio che salva l’uomo ritraendosi, facendo propria la dimensione dell’impotenza e dell’attesa».
Quanto conta, nell’adesione a tutto questo, lo sguardo dell’intelligenza femminile?
«Moltissimo, almeno secondo me. Rispetto agli uomini, le donne hanno una capacità di visione più diretta e concreta, legata in modo istintivo alla pazienza che ogni attesa comporta. Un atteggiamento in cui non c’è nulla di astratto, perché il corpo ha un ruolo decisivo nella sensibilità delle donne. Penso alla gravidanza, alla sapienza silenziosa di una madre che accoglie dentro di sé una vita in trasformazione».
Da molti anni la Pasqua non cadeva in un periodo di incertezza così accentuata.
«Mi piace pensare che si tratti di un tempo propizio per riscoprire le fondamenta dell’umanità e della fede. Il gioco è ormai scoperto, non abbiamo più scuse per illuderci, siamo obbligati a fare i conti con noi stessi, con le nostre paure e aspettative. È l’annuncio di una stagione che può essere straordinariamente creativa, così come, di fatto, è creativa la Risurrezione di Gesù».

 

 

MICHELA MURGIA: «LE DONNE DEL MEDITERRANEO CONSERVANO LA SAPIENZA DEL LUTTO»
Per Michela Murgia questo sarà un Sabato Santo particolare. «Fino a qualche mese fa – racconta l’autrice di Accabadora – non avevo ancora vissuto l’esperienza di un lutto che mi toccasse da vicino. Poi è venuta la morte di un amico carissimo, con cui avevo condiviso tanti momenti della mia formazione. È stata una perdita che ha colpito il nostro piccolo gruppo, un dramma inatteso, che riguardava un uomo ancora giovane. Ci siamo ritrovati a preparare il suo corpo senza vita, a vestirlo per il funerale. Dopo di che, non ce la siamo sentita di separarci e abbiamo deciso di andare a cena insieme. I piatti migliori, i vini più pregiati. Eravamo in cinque, abbiamo ordinato per sei. Credo di non aver mai capito così bene che cosa sia veramente l’Eucarestia».
Dal banchetto del Giovedì Santo al vuoto del Sabato, passando per il Venerdì di Passione: che cosa hanno fatto, secondo lei, le donne nel giorno del silenzio di Dio?
«Non occorre immaginare un viaggio nel tempo, basta pensare a come le donne esprimono il lutto in tutto il bacino del Mediterraneo. I rituali del compianto si assomigliano tra di loro in modo impressionante, perché rimandano alla stessa necessità, che è quella di non sentirsi soli nella sofferenza. Contro la convinzione che non esista dolore come il nostro dolore, il rituale costituisce una rete che sostiene e restituisce senso. Le donne del Mediterraneo piangono sempre insieme, in modo da rendere evidente la forza della relazione di cui sono portatrici».
Nella nostra società, però, il lutto è guardato con sospetto, si preferisce una gestione privata del dolore, più discreta.
«Ma il lutto non ha nulla a che vedere con l’ostentazione. Al contrario, è una forma estrema di pudore, capace di codificare in gesti una sofferenza che altrimenti resterebbe nuda e muta. Il nero, che nella nostra cultura è il colore del lutto, non mostra nulla: nasconde, contiene, aiuta a tollerare».
Sì, ma allora come si attua la relazione?
«Nei manifesti funebri c’è una frase che trovo incomprensibile: “Si dispensa dalle visite”. La adoperiamo per il timore di essere sommersi dalle condoglianze di maniera, da una retorica che avvertiamo vacua ed estranea. Ma è un errore, perché il dolore è il momento in cui abbiamo più che mai bisogno di essere a contatto con gli altri, di riavvicinarci l’uno all’altro nel tentativo di cucire lo strappo che ha lacerato le nostre vite. Il Sabato Santo è un giorno tanto importante proprio perché, essendo privo di rituale, ci mette faccia a faccia con il lutto di Gesù. Non a caso, tutto quello che ci resta è di visitare il suo sepolcro».
Lei è molto legata alle tradizioni della sua terra. In Sardegna c’è qualche usanza particolare?
«Più che al Sabato Santo, mi viene da pensare alla cosiddetta Notte delle Anime, che cade il 31 ottobre, alla vigilia di Ognissanti. A cena si apparecchia anche per i morti, avendo cura di non mettere in tavola per loro coltelli né forchette, ma soltanto i cucchiai, che non possono ferire nessuno. In compenso, ogni defunto trova al suo posto ciò che più amava: il piatto preferito, il trinciato che fumava quand’era in vita. I bambini sono incoraggiati a fare domande e così, chiedendo come mai è stata cucinata una certa pietanza per qualcuno che non c’è più, scoprono qualcosa sulla storia della loro famiglia. Il cibo diventa un’occasione di racconto, proprio come nell’Ultima Cena. Perché, vede, Gesù sapeva davvero il fatto suo: non si è accontentato di istituire l’Eucarestia, ma ha aggiunto quel “fate questo in memoria di me” che è, appunto, un invito a conservare il ricordo attraverso la narrazione. In definitiva, noi tutti siamo salvati da un racconto, che è la forma più alta di relazione».

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