(da AVVENIRE, di Alessandro Zaccuri)
Mikael Blomkvist, il giornalista detective protagonista della trilogia “Millennium”, non è un tipo da restare senza parola. Eppure, quando la figlia adolescente gli confida di frequentare una congregazione religiosa, l’antieroe immaginato dallo scrittore Stieg Larsson preferisce evitare ogni commento. Per almeno due buone ragioni. La prima è che di religione in Svezia si parla poco volentieri, in pubblico come in famiglia. La seconda è che si sa come sono fatti i ragazzi, oggi si mettono in testa un’idea e domani se la sono già dimenticata. Sembra un episodio da romanzo, ma a Linnea Jacobsson, vice-presidente dei Giovani cristiani di sinistra, è successo proprio così.

Lo racconta con naturalezza durante l’incontro conclusivo della tappa che il Cortile dei Gentili ha deciso di fare qui in Svezia, frontiera avanzata di una secolarizzazione che, tagliati dietro di sé tutti i ponti, minaccia di trasformarsi in pensiero unico. «A casa l’argomento della fede non era mai stato sfiorato – ricorda Linnea –, fui io che, a quattordici anni, decisi di prendere la prima Comunione. Felicissima di essermi convertita, anche se ancora oggi mi capita di trovarmi in imbarazzo. Molti, non appena scoprono che sono credente, si stupiscono: sembreresti un tipo sveglio, aggiungono…». Siamo al Fryshuset, il più grande centro giovanile di tutta Europa, sorto nel 1984 in un quartiere meridionale di Stoccolma su iniziativa di Anders Carlberg, altro bell’esempio di cristiano senza complessi, uno che se la prende al punto giusto se durante il dibattito (moderato con misura da Ulla Gudmunsson, ambasciatore di Svezia presso la Santa Sede e artefice di questo impegnativo viaggio verso Nord) salta fuori un paragone tra la fede in Dio e la leggenda dell’unicorno. Carlberg scuote la testa, sorride amaro, poi va al sodo: «In questa stessa sala – dice – ho partecipato a un incontro con tremila tossicodipendenti e non ho mai sperimentato tanto amore, tanta compassione in vita mia. È questa forza, umana e divina insieme, che mi induce a credere». All’avanguardia nel campo delle politiche sociali (fra i progetti più importanti ce n’è uno che aiuta i ragazzi a uscire dai gruppi neonazisti), il Fryshuset non è un posto in cui la religione sia trascurata. Al suo interno non solo si trova una chiesa, ma opera anche un imam di origine giordana, segno evidente della presenza sempre più accentuata dell’elemento islamico in terra svedese.

E infatti tra i relatori del Cortile scandinavo c’è anche la giovane blogger Fazeela Zaib, per la quale la distinzione fra credenti e non credenti non rappresenta affatto il problema centrale. «Mi preoccupa molto di più la possibilità che ciascuno di noi possa sentirsi al sicuro nel momento in cui professa la propria fede», afferma. Subito dopo, per spiegarsi meglio, indica nella laicità di Stato alla francese il modello da cui l’Occidente dovrebbe guardarsi. Si tratta di una svolta imprevista per un confronto che il cardinale Gianfranco Ravasi ha voluto aprire elencando con franchezza le «malattie della fede», prima fra tutte il fondamentalismo. Dopo di lui prende la parola Thomas Hammarberg, figura di spicco nella tutela dei diritti umani (è stato fra l’altro segretario di Amnesty International e Commissario europeo per i diritti umani), che per l’occasione non appare troppo propenso a valorizzare il ruolo delle religioni. Elogi per l’operato di Giovanni Paolo II e per il martirio di Oscar Romero, d’accordo, ma rispetto alla situazione attuale Hammarberg si proclama deluso. «Qualcosa è stato fatto, ma molto di più si dovrebbe fare», rincara.

Se si esclude lo scivolone sull’unicorno, i non credenti “ufficiali” procedono invece con una certa prudenza. La presidente dei Giovani umanisti, Jessica Schedvin, rasenta l’ingenuità quando tenta di dimostrare che anche chi non crede in Dio può comunque credere in qualcosa («Io credo in me stessa», esemplifica), mentre Christer Sturmark, leader degli Umanisti secolari, si dimostra più smaliziato nell’arte della distinzione. «Non posso negare che sarei felice se le mie posizioni fossero condivise dalla maggior parte della popolazione svedese – ammette –, ma io stesso mi rendo conto che la concezione dello Stato secolare non deve mai degenerare in una sorta di secolarismo obbligatorio». Sorprendentemente più severa la testimonianza dello scrittore Per Wirtén, che pure è stato invitato come voce dei non credenti. «Una società secolarizzata – dichiara – sarebbe un male per tutti, così come un mondo senza religione sarebbe un mondo più povero, perché privo di memoria, di lingua, di cultura. Non culliamoci nell’illusione che, presto o tardi, tutti la penseremo allo stesso modo. Abbiamo bisogno di diversità. E sì, perfino di conflitti».

 

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