di Mario Draghi (da Avvenire)
Alleviare la sofferenza dei bambini, alimentare la fiducia nella possibilità di una vita attiva in cui i talenti che ogni giovane porta dentro di sé possano svilupparsi nonostante la malattia richiedono grandi risorse spirituali. Ne è alta testimonianza l’opera del beato don Gnocchi e di quanti seguendo il suo insegnamento prestano «attenzione in via prioritaria a chi si trova in stato di maggior bisogno».

È in questo rapporto di reciproca dipendenza e solidarietà che si crea tra il giovane malato e chi gli presta le cure che si manifesta in maniera più netta la visione riduttiva del benessere umano generalmente adottata nella disciplina economica. Gli economisti sono abituati a descrivere il comportamento degli individui in termini di soddisfacimento dei loro bisogni e a concentrarsi sulla disponibilità di risorse materiali che permettano di realizzarlo. Spesso dimenticano, tuttavia, che la società non è composta esclusivamente di individui indipendenti, capaci di decidere autonomamente del proprio destino, pienamente responsabili delle proprie azioni. Tutti gli esseri umani, all’inizio della vita così come alla fine, nella maggior parte dei casi, vivono in una condizione di dipendenza in cui necessitano dell’aiuto degli altri: per molti, questa condizione dura per periodi più lunghi, talora per l’intera vita, a causa di malattie e handicap. Non si può discutere di benessere degli individui in una società giusta senza considerare queste differenze. Come direbbe Amartya Sen, la qualità della vita non dipende solo dalle risorse di cui ciascuno di noi dispone, ma anche dalla capacità che ha di convertirle negli aspetti importanti del vivere e dell’essere. Ad esempio, persone malate che soffrono di disabilità non hanno la stessa possibilità di muoversi a piacimento di una persona in perfetta salute: e se la mobilità è una caratteristica che giudichiamo importante nella nostra vita, non possiamo non tenerne conto quando ragioniamo sulle misure per incrementare il benessere dei cittadini.

Questa considerazione, apparentemente ovvia, ci costringe a riflettere in modo diverso sul funzionamento della nostra economia e, più in generale, della nostra società. Ci impone innanzitutto di riconoscere l’onere che ricade sulle persone che si prendono cura dei malati e di chi vive in condizione di dipendenza, un onere che ricade ancora in misura preponderante sulle donne. Più in generale, ci porta a ragionare sul disegno e sull’ammontare della spesa sociale pubblica, sulle sue interazioni con l’azione delle organizzazioni del terzo settore e del volontariato che si occupano di assistenza. Il ruolo di queste ultime, complementare e non certo sostitutivo di quello imprescindibile dell’operatore pubblico, è importante per la forte motivazione che anima i volontari che vi operano. Questa non è tuttavia sufficiente. Sono anche necessarie risorse economiche, a integrazione di quelle messe a disposizione del settore pubblico, per sostenere la generosa azione dei volontari, mantenere strutture di cura e assistenza, finanziare la ricerca scientifica.

Il sostegno a iniziative a carattere assistenziale e filantropico ha radici profonde nella storia finanziaria del nostro Paese, dove le prime istituzioni creditizie sorte alla fine del Medioevo avevano come finalità principale il perseguimento di scopi benefici e caritatevoli. Oggi, il sostegno dell’industria bancaria e finanziaria alle attività di solidarietà si realizza attraverso una pluralità di canali. In primo luogo vi è il contributo diretto della beneficenza attraverso la destinazione di una parte degli utili delle banche e delle altre società finanziarie.

In questo ambito è particolarmente rilevante il ruolo svolto dalle banche di credito cooperativo soprattutto nelle comunità locali dove sono insediate. Un secondo canale è costituito dall’attività istituzionale delle fondazioni di origine bancaria che destinano una parte sostanziale del rendimento dei capitali investiti a favore del volontariato, della ricerca, dell’assistenza e della salute pubblica. Infine, vi è una forma indiretta di supporto che deriva dai prestiti e dai servizi che le banche concedono agli enti non profit, come la “Fondazione don Gnocchi”. In Italia, al pari che in molti altri Paesi, nell’ultimo decennio sono notevolmente cresciuti numero e volume di attività di operatori privati che intraprendono iniziative economiche senza finalità di lucro. La maggior parte di questi operatori, indicati collettivamente come “terzo settore”, offre servizi che rientrano nella sfera del welfare, tra cui quelli di assistenza e cura, e che si affiancano a quelli forniti dalle amministrazioni pubbliche. Parallelamente al volume di attività, sono cresciute anche le esigenze finanziarie del terzo settore, soddisfatte in ampia misura con il ricorso al credito bancario. Gli intermediari hanno risposto riconoscendo i caratteri specifici delle imprese non profit, ricercando metodi di valutazione del merito creditizio adeguate e sviluppando nuove reti di relazioni. Il contributo del sistema bancario e finanziario italiano alle attività di assistenza e cura dei più bisognosi è significativo e articolato. Può e deve essere migliorato per far sì che assieme alle risorse vengano messe a disposizione anche idee, competenze e capacità gestionali.

 

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