Premiate per la loro lotta non violenta per costruire la pace

di Paul De Maeyer
ROMA, domenica, 9 ottobre 2011 (ZENIT.org).

Il comitato di Oslo ha deciso. Nell’anno del centenario del prestigioso premio, il Nobel per la Pace 2011 è stato assegnato venerdì 7 ottobre ad un trio completamente al femminile. Si tratta di tre donne africane, delle quali due provenienti dall’Africa subsahariana e la terza dalla penisola arabica. Sono la quasi settantatreenne presidentessa uscente della Liberia, Ellen Johnson-Sirleaf, la sua connazionale trentanovenne Leymah Gbowee e la trentaduenne yemenita Tawakkul Karman.

I cinque membri del comitato norvegese hanno voluto premiare le tre donne “per la loro lotta non violenta in favore della sicurezza delle donne e del loro diritto a partecipare al processo di pace”, come riferito dalla BBC (7 ottobre). “Non possiamo raggiungere la democrazia e una forma di pace duratura nel mondo se le donne non possono ottenere le stesse opportunità degli uomini nell’influenzare lo sviluppo della società a tutti i suoi livelli”, ha dichiarato il presidente del comitato, l’ex Primo Ministro laburista ed attuale segretario generale del Consiglio d’Europa, Thorbjørn Jagland. Nella sua motivazione, il comitato ha espresso la speranza che il premio possa aiutare a “porre fine alla repressione delle donne che ancora esiste in molti Paesi e a realizzare il grande potenziale che le donne possono rappresentare per la democrazia e la pace”.

La più conosciuta delle tre “donne coraggio” è la Johnson-Sirleaf, che il 29 ottobre prossimo compirà 73 anni. Soprannominata per la sua determinazione la “Iron lady”, cioè la “Signora di ferro”, la Sirleaf è diventata nel novembre del 2005 la prima donna eletta a suffragio universale a guidare un Paese africano, quando nel turno di ballottaggio delle presidenziali ha battuto il popolarissimo ex calciatore George Weah.

Per l’elettorato liberiano, “Mamma Ellen” (come la Sirleaf viene anche chiamata) presentava le migliori credenziali per rilanciare il martoriato Paese dell’Africa occidentale dopo l’incubo delle guerre civili, che dal 1989 al 2003 hanno causato oltre 250.000 vittime e circa mezzo milione di sfollati. Ha studiato negli Stati Uniti, dove nel 1971 ha preso un master in Pubblica amministrazione presso l’Università di Harvard, e vanta una ricca esperienza sia nazionale che internazionale, che dopo la sua vittoria elettorale le ha aperto molte porte all’estero. E’ stata ad esempio Ministro delle Finanze sotto il Presidente William Tolbert, rovesciato nel 1980, e dal 1992 al 1997 direttrice dell’ufficio regionale per l’Africa del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo.

Tenace – ha vissuto per anni accanto ad un marito che la maltrattava – e grande lavoratrice, la Sirleaf ha fatto del rilancio dell’economia locale e della lotta contro la corruzione la prima priorità del suo mandato, che sta per scadere. Questo martedì, 11 ottobre, quando il Paese si reca alle urne per il primo turno delle presidenziali, la Sirleaf cercherà un secondo mandato (una possibilità che aveva inizialmente escluso) con il seguente, eloquente slogan: “Quando l’aereo non è ancora atterrato, non cambiare pilota”. Accolta come una vera e propria “salvatrice” dalla sua gente, Mamma Ellen può infatti mettere sul piatto una serie di successi, fra cui un condono di una parte importante del debito internazionale liberiano e la rinegoziazione di alcuni contratti svantaggiosi con compagnie multinazionali.

Meno nota della Sirleaf ma con un “curriculum” altrettanto impressionante è la sua connazionale, l’avvocatessa Leymah Gbowee, da anni impegnata nella lotta pacifica contro la violenza che ha devastato il suo Paese. La trentanovenne è stata premiata dal comitato di Oslo per il lavoro che ha svolto “per aumentare l’influenza delle donne in Africa occidentale durante e dopo la guerra”, soprattutto per il ruolo che ha giocato nella caduta del cruento “signore della guerra” ed ex Presidente Charles Taylor, finito sul banco degli imputati della Corte Penale Internazionale dell’Aia, in Olanda. “Ha mobilitato e organizzato le donne attraverso linee di divisione etniche e religiose – si legge nella motivazione – per porre fine alla lunga guerra in Liberia e per garantire la partecipazione delle donne alle elezioni”.

La Gbowee, che guida la Women Peace and Security Network (WSPN) – un’organizzazione con sede nel vicino Ghana -, ha definito l’assegnazione del premio Nobel “un riconoscimento enorme della lotta delle nostre donne”. Nella sua azione, non ha esitato a proporre metodi poco consueti per fermare i combattenti e costringere Charles Taylor ad accoglierla al tavolo dei negoziati di pace: uno sciopero del sesso (come nella Lisistrata di Aristofane). L’attivista, che ha pubblicato il libro “Mighty Be Our Powers: How Sisterhood, Prayer, and Sex Changed a Nation at War”, continua finora il suo impegno. “Ha fatto la consulenza non solo in Liberia, ma anche in altri Paesi africani, come la Repubblica Democratica del Congo”, ha dichiarato alla BBC la sua assistente, Bertha Amanor, che l’ha definita un “guerriero per la pace, una persona audace che non molla mai”.

Un caso particolare è poi la giornalista yemenita Tawakkul Karman, la prima donna araba ad essere insignita del premio Nobel. Sposata e madre di tre figli, la Karman è il volto della “Primavera araba” nello Yemen. A capo del movimento che ha fondato, “Giornaliste senza catene”, sta guidando la protesta pacifica e femminile contro il Presidente Ali Abd Allah Saleh, al potere dal 1978. Secondo il comitato di Oslo, la giornalista, che è membro del partito islamico e conservatore al-Islah, ha assunto “nelle circostanze più difficili… un ruolo di primo piano nella lotta per i diritti delle donne e per la democrazia e la pace nello Yemen”.

Incarcerata varie volte, la figlia di un ex Ministro di Saleh ha dedicato il premio “a tutti i martiri e feriti della Primavera araba… in Tunisia, Egitto, Yemen, Libia e Siria, e a tutta la gente libera che lotta per i suoi diritti”. Parlando sempre con la BBC, la Karman aveva dichiarato il 21 aprile scorso di non aver mai potuto immaginare una tale partecipazione delle donne yemenite alla protesta antigovernativa. “Nello Yemen, alle donne non è permesso uscire di casa dopo le 19.00, ora dormono qui”, cioè nell’accampamento di piazza del Cambiamento (come è stata ribattezzata) nella capitale Sana’a. “Sono così orgogliosa delle nostre donne”, aveva continuato l’attivista.

La notizia dell’assegnazione del Nobel per la Pace al trio ha trovato subito un’accoglienza favorevole. “Con questa decisione, il comitato norvegese per il Nobel manda un messaggio chiaro: le donne contano per la pace. E’ una testimonianza della forza dello spirito umano e sottolinea un principio fondamentale della Carta delle Nazioni Unite: il ruolo fondamentale delle donne nella promozione della pace e della sicurezza, dello sviluppo e dei diritti umani”, si legge in un comunicato del segretario generale ONU, Ban Ki-moon (UN News Centre, 7 ottobre).

L’inviato speciale di Ban Ki-moon per la malaria, Ray Chambers, ha lodato l’impegno della Sirleaf contro la malattia. “Lavorando per salvare la vita a quasi 800.000 bambini l’anno, il Presidente Sirleaf sta contribuendo a portare un progresso trasformativo in Africa, e non vedo l’ora di continuare il nostro lavoro insieme”, ha ribadito il diplomatico ONU.

Mentre la cancelliera tedesca Angela Merkel ha definito la scelta del comitato di Oslo una “decisione saggia”, un altro premio Nobel per la Pace africano, l’Arcivescovo Desmond Tutu, ha reagito con grande entusiasmo alla notizia del Nobel per la Sirleaf. “Se lo merita più volte”, ha detto all’Agence France-Presse (7 ottobre). “Ha portato stabilità in un Paese che stava andando all’inferno”.

“Calorosi auguri a Tawakkul Karman, che ci ha resi tutti orgogliosi”, ha scritto a sua volta il noto attivista e blogger egiziano Wael Ghonim su Twitter (The New York Times, 7 ottobre). “Il nostro premio finale è un mondo arabo democratico che rispetti i diritti umani”, ha aggiunto.

Ma il Nobel non sarebbe il Nobel se la scelta non fos se accompagnata da reazioni negative o dubbi. Il principale rivale della Sirleaf nelle elezioni di martedì, Winston Tubman, ha detto alla BBC che la donna non merita il premio, perché la ritiene una “guerrafondaia”. A molti commentatori non è sfuggito che la Sirleaf aveva appoggiato inizialmente il signore della guerra Charles Taylor e che la Commissione Verità e Riconciliazione della Liberia, istituita per indagare sui crimini di guerra e contro l’umanità, aveva raccomandato nel 2009 di estrometterla per 30 anni da ogni incarico pubblico. Molti ritengono inoltre che il comitato norvegese stia intervenendo direttamente nel processo elettorale della Liberia, assegnando il premio alla Sirleaf quasi alla vigilia delle presidenziali di martedì.

Dubbi ci sono anche sul Nobel all’attivista yemenita, che è infatti membro attivo del partito radicale islamico al-Islah. Inoltre – come ha osservato Christoph Wilcke, responsabile per lo Yemen di Human Rights Watch -, “il capitolo Yemen non è ancora chiuso, la situazione non è ancora risolta”.

“E’ indiscutibile, però, una cosa importante”, scrive il giornalista Fulvio Scaglione su Avvenire (8 ottobre). “Il Nobel per la Pace quest’anno porta sotto i riflettori in modo inequivocabile la questione femminile, uno degli snodi cruciali del presente e del futuro sia in Medio Oriente sia in Africa”, ricorda l’autore. “Questo premio Nobel ‘al femminile’ giunge quindi a proposito, in una fase di rivolgimenti e sviluppi che già incidono profondamente nella realtà di tanti Paesi. Per una volta, quindi, dubbi e discussioni sulle decisioni di Oslo possono aspettare”, conclude.

Per quanto riguarda la Sirleaf, infatti, il messaggio che proviene dalla lontana Norvegia è netto: è ancora troppo presto per interrompere il cammino che la Liberia ha iniziato sotto la sua guida. Non solo i problemi sono ancora tantissimi, ma il rischio di una ripresa della violenza è sempre possibile. Infatti, un altro candidato questo martedì è l’ex capo ribelle Prince Yormie Johnson, che all’inizio della guerra civile fece uccidere il Presidente Samuel Doe. Al momento dei fatti, Johnson era presente e beveva tranquillamente una birra mentre i suoi miliziani stavano torturando Doe, prima di dargli il colpo di grazia.

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