Lc 18, 9ss
Nella parabola del fariseo e del pubblicano, Gesù mette in scena due personaggi in forte contrasto tra loro: un fariseo, esempio tipico dell’uomo pio, e un pubblicano, esempio tipico dell’uomo empio.
I due personaggi salgono al tempio alla medesima ora e, nella loro preghiera, manifestano il proprio atteggiamento verso Dio.
Il fariseo ringrazia il Signore perché non è come gli altri uomini. Poi elenca le sue prestazioni di uomo pio: digiuna non solo per sé, ma anche per quelli che non digiunano; paga spontaneamente la decima per quelli che omettono di pagarla. Egli sa che la sua vita, di cui può essere fiero, è un dono di Dio e per questo lo ringrazia. Solo tradisce un certo orgoglio per quello che fa e un certo disprezzo per coloro che non sono pii come lui.
Il pubblicano sta a distanza, non osa alzare gli occhi al cielo e si batte il petto in segno di pentimento. Sa di essere un peccatore e, non avendo nulla di buono da offrire a Dio se non il suo pentimento, implora la sua misericordia: O Dio, abbi pietà di me, peccatore.
Gesù conclude: Io vi dico che questo tornò a casa sua giustificato.
Gesù afferma solennemente di conoscere e proclamare il giudizio di Dio su questi due atteggiamenti.
Per Lui, il pubblicano torna a casa sua giustificato, cioè perdonato: riconoscendosi peccatore e implorando la misericordia di Dio, si è messo nell’atteggiamento giusto, un atteggiamento che rende onore a Dio, perché gli consente di concedergli il suo perdono. Ora egli è pronto per manifestare nella sua vita il dono che ha ricevuto in totale gratuità.
A differenza dell’altro, ovvero: piuttosto che quello.
Il fariseo ringrazia Dio perché è giusto: non ha bisogno di perdono perché non pecca, anzi provvede lui stesso a riparare le mancanze altrui con le sue opere meritorie. Questo atteggiamento però lo tiene bloccato, perché non consente a Dio di concedergli una grazia più grande di quella che vive: è come in un vicolo cieco da cui può solo tornare indietro, ovvero convertirsi.
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