Lc 11, 1ss
Gesù che prega è il segno concreto di quello che l’evangelista Giovanni scrive nel suo Prologo: Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato. Vedendo Gesù pregare, un discepolo gli chiede: Insegnaci a pregare. E Gesù insegna ai discepoli il Padre nostro.
Il latino Pater è la traduzione dell’aramaico Abbà.
Nella preghiera biblica, Israele invoca Dio come Padre, cioè come suo Creatore e Signore. Ma non esistono testimonianze sicure del fatto che Israele chiami Dio Abbà, con il linguaggio familiare con cui bambini e adulti chiamano il loro padre terreno.
Sulla bocca di Gesù, Abbà esprime quindi una relazione di particolare intimità con Dio. Chiunque accetta la sua predicazione, può entrare nella sua relazione filiale con Dio e chiamare Dio Abbà, come fa Lui.
Il primo grande desiderio di Gesù è che Dio manifesti la sua santità, in modo che tutti gli uomini lo riconoscano. I discepoli fanno proprio questo desiderio e dicono: Sia santificato il tuo nome.
La seconda domanda esplicita la prima, perché Abbà santifica il suo nome quando afferra gli uomini nel suo amore, instaurando il suo Regno in mezzo a loro.
Dicendo Venga il tuo Regno, i discepoli invocano la piena manifestazione di una realtà che è già presente presso di loro nella Persona e nella missione di Gesù.
Le prime due domande impegnano i discepoli a entrare nella volontà di Dio, perché, se è vero che il Regno è opera esclusiva di Dio, esso non può attuarsi senza che gli uomini obbediscano alla sua volontà.
Tutte le altre domande riguardano i bisogni dei discepoli nella loro vita quotidiana: posti nel giusto rapporto con Dio, essi possono domandargli tutto ciò che è necessario per vivere come suoi figli.
Il nostro pane, l’epioùsios, daccelo ogni giorno, dove epioùsios significa necessario per oggi.
Questa è la preghiera di persone che hanno lasciato tutto per seguire Gesù ed ora contano sulla sollecitudine di Abbà. Ma può essere anche la preghiera di quei credenti che riconoscono in ogni pasto e vestito la premura di Abbà verso di loro.
I discepoli chiedono il pane nostro, una realtà da condividere: segno e stimolo per una giustizia vera e per una comunione autentica.
La domanda riguardante il perdono unisce l’immagine del peccato e quella del debito: perdonaci i nostri peccati, perché anche noi perdoniamo ad ogni nostro debitore. In questa domanda Gesù collega il perdono finale di Dio con il comportamento dell’uomo.
Gesù ha già offerto ai discepoli il perdono finale di Dio, ma finché sono su questa terra, essi corrono il rischio di vanificarlo negando il perdono ai propri fratelli. Per questo devono continuare ad implorare il perdono di Dio, dopo averlo ricevuto.
L’ultima domanda è un grido di aiuto: Non portarci nella tentazione.
Gesù pensa sicuramente all’azione con cui Satana cerca di far cadere la fede dei credenti. I discepoli chiedono ad Abbà di proteggerli in questa situazione, in modo non venga mai meno la loro fede.
Nella parabola dell’amico e nell’esortazione finale, si completa l’istruzione di Gesù sulla preghiera: la preghiera non è tanto un mezzo per fare pressione su Dio ed ottenere che Egli si pieghi ai nostri desideri, quanto un’azione con cui l’uomo si rende docile allo Spirito di Dio, che lo conforma ai desideri di Dio e alle esigenze del suo Regno.
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