Lc 10, 25ss
Il Vangelo di questa Domenica riporta due dialoghi tra un dottore della Legge e Gesù.
Il primo nasce dall’intenzione di mettere Gesù alla prova: Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?.
Gesù rimanda il suo interlocutore alla Legge di Mosè e ascolta la sua risposta: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso. Alla luce delle Scritture anch’egli può riconoscere che l’amore di Dio e del prossimo è il cuore della Legge che suggella l’alleanza tra Dio e il suo popolo.
Gesù approva la risposta del dottore della Legge e gli dice: Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai. Lo invita così a passare dalla teoria alla pratica, perché solo la vita può dimostrare la vera comprensione che uno ha della Legge di Dio.
Il secondo dialogo nasce dal tentativo del dottore della Legge di giustificarsi, cioè di presentarsi come giusto: E chi è il mio prossimo?.
Gesù gli racconta una parabola in cui mette in scena quattro personaggi: un uomo assalito dai briganti, due addetti al culto, un samaritano.
I due addetti al culto, giunti sul luogo dell’agguato, vedono il moribondo e passano oltre. Il samaritano invece, lo vede e si ferma, pieno di compassione, letteralmente: colpito alle viscere. Tutto ciò che egli fa scaturisce da questa attitudine: Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Gesù descrive dettagliatamente ogni singola azione, quasi a indicare che cosa vuol dire amare.
Il dottore della Legge aveva chiesto a Gesù: E chi è il mio prossimo?, ovvero: Chi sono tenuto ad amare?. Dopo aver raccontato la parabola, Gesù gli chiede: Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?.
Con la sua domanda Gesù rovescia la logica del dottore della Legge: non basta sapere chi è il mio prossimo per amarlo. Per i due addetti al culto, il moribondo era un prossimo eppure non lo hanno amato. Per il samaritano, invece, quell’uomo non era un prossimo eppure egli lo ha amato, gli si è fatto prossimo.
L’interlocutore di Gesù riconosce che è così e Gesù conclude: Và e anche tu fa lo stesso.
Se un samaritano, straniero ed eretico, ha trovato in sé l’ispirazione della misericordia e si è fatto prossimo di uno sconosciuto, allora anche il dottore della Legge può lasciarsi investire dalla misericordia divina e diventare prossimo che ama, senza guardare a chi rivolge il suo amore.
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