INTERVISTA di Silvia Guzzetti (da Avvenire)
L’autore di bestseller è diventato un boscaiolo. Tobias Jones è noto al mondo per aver firmato il vendutissimo Il cuore oscuro dell’Italia, un acuto reportage sul nostro Paese, ma anche una dolorosa riflessione sui nostri mali storici, uscito da Rizzoli nel 2002. Uno sguardo benevolo ma amaro da parte del giornalista del Guardian e dell’Independent, anni fa trasferitosi a Parma per ragioni di cuore. Oggi è tornato in Inghilterra (dove si era laureato in Storia moderna al Jesus College di Oxford) e ha fondato, assieme alla moglie italiana Francesca, una comunità vicino a Bristol, “Windsor Hill Wood” (windsorhillwood.co.uk). Una scelta insolita per un freelance con una carriera di successo alle spalle. Jones ha anche condotto su Raitre, nel 2005, il programma Cervelli d’Italia, in cui ha intervistato quelli che erano, a suo parere, gli innovatori e i geni del nostro Paese. Gli altri libri firmati da lui ma non tradotti in italiano,  sono i gialli The Salati caseThe white deathUtopian dreams del 2007, storia di un viaggio intrapreso con la moglie nel 2006 in diverse comunità italiane e inglesi. È dopo questa esperienza che Jones ha deciso di fondare,  nel 2009, insieme alla moglie Francesca, una comunità di accoglienza per persone in difficoltà sulla quale scrive regolarmente per il giornale della domenica Observer. Oggi, dentro un bosco di 40.000 metri quadrati vicino a Bristol, continua a scrivere ed è preso moltissimo dalla sua comunità.Come mai avete deciso, lei e sua moglie, di fare una scelta così radicale?
«Noi ci sentiamo chiamati a fare questa vita. Ci sembra la conseguenza ovvia della lettura dei Vangeli. Siamo molto interessati al movimento del “nuovo monachesimo” che dà a tante persone l’opportunità di vivere un ritmo di vita monastico anche se non sono monaci o suore. Ho perso la fede da teenager, come tanti. Poi l’ho ritrovata in Italia, quando avevo 28 anni, proprio perché dovevo spiegare la mia fede a tanti amici cattolici, una cosa che non avevo mai fatto in Gran Bretagna».

E adesso?
«La fede è una dimensione essenziale della vita che facciamo. Ci ispiriamo alle comunità ecumeniche di Pilsdon in Inghilterra e di Bose in Italia. Qui abbiamo una cappella dove andiamo a pregare tre volte al giorno, al mattino alle 6.30 e all’ ora di pranzo. Alla sera diciamo compieta. Abbiamo spesso ospiti di altre tradizioni religiose. Quando viene a trovarci un sacerdote diciamo anche la Messa. Sp esso portiamo anch e i nostri bambini, Benedetta di 6 anni, Emma di 4 e Leonardo di 1.

È curioso che abbiate cominciato a pensare di vivere in comunità proprio quando è nata la vostra primogenita.
«L’unico aspetto della nostra scelta che ci preoccupa sono proprio i pericoli per i nostri figli e il rischio che non diamo loro abbastanza attenzione, ma non abbiamo mai voluto che crescessero circondati dai più privilegiati nella società. Vogliamo che vedano presto che cosa sono le difficoltà della vita per imparare a farci i conti. Il vantaggio che hanno qui è che possono imparare, in un ambiente sicuro, che cos’è la dipendenza dall’alcol o dall e drogh e e il dolore che comporta un lutto. Penso che questo li farà maturare moltissimo. Abbiamo avuto un ospite che aveva appena perso la moglie e i bambini gli hanno parlato per ore per capire che cosa gli era successo. Questo ha aiutato sia i miei piccoli che la persona colpita».

Prendete precauzioni per proteggere la famiglia e i bambini?
« Stiamo molto attenti. Gli ospiti non entrano mai nella parte della casa dove abitiamo noi e i bambini non vanno mai nelle loro camere. Cerchiamo di selezionare chi ospitiamo e diciamo no a persone che consideriamo un potenziale pericolo. Non si vive mai senza soldi e non ho smesso di lavorare, però il fatto che qui, di solito, siamo in dieci o dodici rende tutto più facile. Ognuno ha un piccolo compito e tutto viene fatto bene, senza quel ritmo frenetico di dover fare tutto da soli. Io e mia moglie cuciniamo soltanto una volta la settimana, una vera liberazione. Alla fine del giorno, hai qualcuno da ringraziare».

Qual è la cosa che le pesa di più?
«Devo spesso alzarmi alle quattro del mattino per scrivere, poi lavorare nel bosco al mattino per poi tornare al computer al pomeriggio. Le cose cambieranno tra qualche mese quando saremo trasformati in onlus. Allora potremo ottenere sovvenzioni esterne e vendere i nostri prodotti. Non mi dispiacerebbe fare soltanto il boscaiolo per due o tre anni».

 

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