INTERVISTA
(da AVVENIRE, di Luca Gallesi)
​ Antoine Garapon è un magistrato che unisce la professionalità del giurista alla passione del filosofo del diritto per analizzare i principi fondanti dei vari sistemi politici. Nel suo pamphlet Lo Stato minimo, appena pubblicato da Raffaello Cortina Editore (pagine 222, euro 21) esamina i rapporti tra il neoliberalismo e la giustizia, rapporti che risentono del ruolo dominante dell’economia nella società.

Professor Garapon, il mercato globale è diventato un sistema politico?
«I mercati non sono un nuovo sistema politico, ma, anzi, sono un forte elemento inibitore di tutta la politica: pur essendo un potere diffuso e ineffabile, hanno dissociato il potere dalla sovranità. Il potere, oggi, non è più politico ma economico, dato che l’economia è diventata il nuovo “discorso di verità” a cui si devono rapportare gli altri saperi. Se un tempo era la teologia, poi la sovranità regale e infine le scienze esatte, oggi è il mercato il giudice supremo che valuta tutto, a cominciare dallo Stato».

Su quali principi si basa questa autorità?
«È un nuovo modo di organizzare la coesistenza umana secondo il principio della concorrenza generalizzata, arbitrata da un’istituzione neutra e imparziale. Il paradigma economico è stato così esteso a tutti i settori della vita, e lo Stato deve essere gestito come un’impresa privata, il che, per la Francia è davvero una rivoluzione!».

Nella società del libero mercato la sicurezza e il controllo sono fattori molto importanti. Come si concilia la difesa del principio di libertà con  l’effettiva perdita di diritti reali?
«Dal momento che lo Stato ha perso il dominio dell’economia, la sicurezza è l’ultimo mezzo per affermare il suo potere. La libertà ha cambiato significato: non è più la libertà di partecipare all’elaborazione di un destino collettivo, ma il diritto di perseguire la felicità privata, riducendo l’altro a una minaccia, se dovesse diventare un ostacolo a tal fine».

Che significato ha l’idea di punizione e pena per la società liberale?
«La pena fu inizialmente concepita come un’espiazione, assimilando il delitto a un peccato, poi il delinquente fu considerato come un ribelle e nel XIX secolo come un malato, mentre oggi è uno che ha fatto un cattivo investimento. La detenzione non si preoccupa più del reinserimento: la prigione ha come unico scopo la funzione di neutralizzare e di rendere inoffensivi. Ecco dunque il diffondersi di nuove tecnologie come il braccialetto elettronico, che ha lo scopo di controllare senza rinchiudere: stiamo passando dalle società di disciplina alle società di controllo».

A proposito di controllo, le nuove tecnologie forniscono mezzi di sorveglianza, che però sono molto vulnerabili alle incursioni dei cosiddetti hackers: sono loro i nuovi pirati?
«Sicuramente sì, anche se non sono gli unici: possiamo dire lo stesso degli operatori finanziari che vivono di rapina senza produrre nulla… La mondializzazione della finanza ha trasformato il mondo in un immenso mare, dove ognuno naviga alla ricerca di prede. Il mondo appartiene ormai ai poteri fluidi, delocalizzabili, come i media o il diritto. Non c’è più alcuna pretesa di occupare un territorio: è sufficiente poter circolare, relazionarsi con i circuiti di altri operatori finanziari per portare a termine qualche affare, e riuscire, a tal scopo, a far sognare e imporre, alla bisogna, la propria lingua e la propria visione del mondo, magari anche di mobilitare le menti attorno a qualche parola d’ordine. È una forma di governo dolce, parziale, a distanza».

Lei non è ottimista per il futuro, e non ritiene che, una volta passata la crisi, le cose possano migliorare…
«No, perché, ancora una volta, il nostro problema principale non è la crisi, bensì il fatto che abbiamo posto come valore di riferimento finale l’interesse, il denaro, l’amministrazione, la concorrenza di tutti contro tutti».

Il neoliberalismo è totalitario?
«No, anzi, è il contrario. Il totalitarismo si caratterizza per l’arbitrarietà? Il liberalismo è incentrato sull’anticipazione, sulla necessità di rendere ogni azione prevedibile. Il totalitarismo si distingue per la violenza sui corpi? Il liberalismo, al contrario, esalta il benessere. Il totalitarismo schiaccia l’individuo? Il neoliberalismo magnifica la libertà e la responsabilità dell’individuo fino all’eccesso. Il totalitarismo si basa su una burocrazia statale irresponsabile e improduttiva? Il neoliberalismo non cessa di limitarla e ridurla fino ai minimi termini. Il totalitarismo è nostalgia dell’unità? Il neoliberalismo esalta fino al parossismo la divisione degli individui paragonati a singoli atomi».

Come possiamo reagire?
«Rimettendo al suo posto l’economia, che è una scienza umana, e assegnandoci di nuovo delle finalità politiche come, ad esempio, la giustizia sociale».

 

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