Il direttore risponde
 (da AVVENIRE, del 3 dicembre 2011)
Caro direttore,
ho diciannove anni e vivo in una piccola realtà di paese immersa nella Provincia del Verbano Cusio Ossola. Qualche tempo fa, mi è stata regalata la biografia del presidente Alcide De Gasperi. Con molta curiosità l’ho ‘divorata’ venendo ad approfondita conoscenza degli eventi e delle problematiche che caratterizzarono quel secondo dopoguerra italiano. Un uomo, De Gasperi, che – pur vessato da una tenace opposizione e anche da pesanti critiche interne – riuscì a fronteggiare la fame di quasi cinquanta milioni di persone, dare lavoro a innumerevoli disoccupati, ricostruire migliaia di edifici distrutti dai bombardamenti, assicurare il rientro di due milione di prigionieri di guerra e di seicentomila internati, neutralizzare le molte agitazioni politiche e trattare con le potenze vincitrici in modo da limitare le pretese verso quell’Italia distrutta e sconfitta. Mi chiedo come mai, tra i pur valenti politici di cui il nostro Paese dispone, non esista nessuno in grado di fronteggiare questa crisi (che in confronto ai problemi del dopoguerra è poca cosa) con dignità ma soprattutto con l’interesse rivolto prioritariamente alle persone. L’economia è fatta di numeri, ma troppo spesso ci si dimentica che quei numeri rappresentano uomini, donne, famiglie, vite. Ritengo che la nascita di un “governo tecnico”, per quanto esso sia di grandi qualità, rappresenti la certificazione del fallimento della politica. Di centrodestra come di centrosinistra.
Nessuna forza politica è stata capace di proporre e realizzare soluzioni per le famiglie vessate dalla miseria e dalla mancanza di denaro. Trovo l’attuale quadro politico spesso desolante, privo di uomini carismatici e di ideali forti, ma mi pare tuttavia ancora in grado, con la dovuta maturazione, di risollevare le sorti di questo nostro Paese. Nella politica – «la più alta espressione della carità», diceva Paolo VI, sapesse quante volte ne dibattiamo in casa mia… – ho visto e vedo l’unica possibilità di uscire a testa alta da questo difficile periodo storico dando prova al mondo intero di essere, noi italiani, i degni eredi di quella generazione che trasformò, un sessantennio fa, un Paese distrutto dalla guerra in una potenza industriale. Invito i giovani miei coetanei a non essere indifferenti, a schierarsi, ad amare il proprio Paese, a tener alta la propria idea impegnando le proprie energie anche nella politica.
Ognuno di noi, continuando a fare il proprio dovere di studente o lavoratore, deve sentirsi coinvolto nella ‘cosa pubblica’ perché è proprio da essa che dipende il nostro futuro. Noi possiamo e dobbiamo offrire alla politica un contributo di serietà, di etica, di equilibrio e, soprattutto, di onestà: la nostra parte nel ‘restauro’ dell’Italia. Mi auguro che il mondo dell’informazione, ma soprattutto il mondo politico, dia spazio ai giovani, la ‘classe dirigente’ del futuro, prendendo in considerazione senza pregiudizi i segnali che arrivano dalle nuove generazioni.
Carlo Fedeli, Mergozzo (Vb)
E io, caro Carlo, mi auguro che giovani come lei continuino a pensare la politica e il fare politica con questa intensità e che tanti altri (magari più ufficialmente maturi) comincino a pensare alla stessa maniera. Una sola annotazione: parlare del governo Monti come della «certificazione del fallimento della politica» mi sembra un po’ troppo… È fallita una versione del bipolarismo, quella che io chiamo ‘bipolarismo furioso’, l’unica versione del bipolarismo che lei – diciannovenne – ha conosciuto, ma non l’unica possibile. Insomma, non è cascato il mondo. Magari, piuttosto, il mondo (politico) sta finalmente rimettendosi in asse. La sua passione, il suo civismo, l’ottimo modello degasperiano al quale guarda confermano che questo processo – non facile né scontato nei suoi esiti – può attirare energie nuove e positive. Per il bene dell’Italia dovrà essere così.
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