Mt 26, 36ss
Dopo la Cena pasquale, Gesù conduce i discepoli in un podere chiamato Getsèmani: è l’ora decisiva, il termine del suo cammino terreno.
Gesù aveva preparato i discepoli a questo momento dal giorno in cui si era incamminato verso Gerusalemme, ma, nonostante i tre annunci della Passione e varie altre istruzioni, essi sono rimasti estranei ai suoi pensieri e al Piano della volontà di Dio.
A tutti dice: Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare. Poi conduce Pietro, Giacomo e Giovanni e dice loro: La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me.
E avanzatosi un poco, si prostrò con la faccia a terra e pregava.
Nell’imminenza della grande prova, Gesù sente l’esigenza di pregare il Padre: per tre volte lo chiama Padre mio, un’espressione che indica l’intimità e l’unicità del suo rapporto con Dio.
La prima volta dice: Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!. La seconda e la terza dice: Padre mio, se questo calice non può passare da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà.
È la terza domanda del Padre nostro: il Figlio mette la volontà del Padre davanti alla propria.
Ogni volta torna dai tre discepoli e li trova addormentati: il sonno li lascia ignari di quanto sta per accadere, sprovvisti della forza di Dio. Si vede quando arrivano le guardie del sommo sacerdote: Gesù è pronto a tutto, mentre i discepoli si disperdono ciascuno per conto proprio.
La vigilanza raccomandata da Gesù non è ancora, e non sarà mai, alla loro portata: può essere ricevuta solo grazie a Lui, nella preghiera.
Senza vigilanza, i discepoli fanno l’esperienza del tradimento, del rinnegamento e della dispersione: dopo la morte e la risurrezione di Gesù capiranno che è solo Gesù che li raduna, che la loro comunità si regge solo sul legame che li unisce a Lui.
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